... La barca virava a stento, sbandava paurosamente e rischiavamo lo spin-out o il cappottamento su ogni boa. Neanche l'elicottero dell'organizzazione che ci volava sopra la testa riusciva a capire la nostra condotta di guida ed il cineoperatore a bordo ci riprendeva di continuo perche' eravamo altamente spettacolari. Dopo oltre un'ora di gara io ero dolorante alla spalla: dall'enorme sforzo un tendine si era lacerato al limite della rottura e sentivo le forze fisiche che mi mancavano: sembra esagerato ma e' davvero cosi'! Gridavo nell'interfono a Maurizio di staccare sulle manette in virata ma lui continuava a tenere giu' il gas, provai anche con dei pugni sul suo braccio e sul casco, ma ero troppo impegnato a tenere il timone che era diventato ingestibile. Lui non sentiva, non riuscivo a capire il perche', eppure stavamo rischiando la pelle! Arrivati in porto capii il motivo. Gia' dopo poche miglia di gara, il mio interfono, a causa dei voli sulle onde e delle botte tremende, si era guastato in trasmissione: ricevevo le urla di Maurizio e Riccardo ma loro non potevano sentire le mie. Arrivai in porto stremato e dolorante alla spalla. Ricordo il viso preoccupato di mia moglie che mi attendeva in banchina. Quando mi tolsi il casco la mia faccia era bianca come uno straccio e mi sentivo svenire. Per una serie sfortunata di guasti tecnici avevamo rischiato di brutto. Io, Maurizio e Riccardo ci spiegammo in banchina ma, pensando a cosa ci sarebbe potuto succedere, rimanemmo ombrosi e senza parlare per 2 giorni. Da quell'avventura si cemento' uno spirito di gruppo unico che ci condusse al successo finale. Ancora oggi il mio tendine e' appeso ad un sottile filamento. Dovrei farmi operare, ma questo e' un altro discorso.

 

A.B.

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