...Dopo i lavori di preparazione del nostro maxi-gommone ed i controlli di rito arriva il giorno della 1° manche. Nei paddock si respira aria di mondanità e glamour con i moltissimi giornalisti, fotografi e video-operatori divisi tra le interviste ai piloti e le riprese ‘rubate’ ai noti personaggi del mondo dello spettacolo presenti, alle “starlette” o presunte tali ed ai VIP che affollano i paddock.

In acqua, una affiancata all’altra, barche bellissime, super sportive, dai colori sgargianti. Sulle banchine, donne affascinanti che si muovono sinuose fra gli scafi da corsa e che contrastano quasi con le tute sporche dei meccanici intenti alle ultime regolazioni meccaniche sui motori. Sul litorale migliaia di persone pronte ad assistere allo show. Insomma un ambiente molto simile a quello della Formula 1 con l’unica differenza che, là fuori, la nostra pista è l’Oceano, per l’occasione arrabbiato, con onde increspate alte 2 metri sollevate da un vento teso che spira a più di 25 nodi. Appena indossata la tuta ignifuga l’adrenalina circola già veloce nel nostro sangue. È ora. La barca starter ci indica di lasciare le banchine per avviarci alla procedura di partenza fuori del porto. Pelle d’oca all’accensione contemporanea dei motori di tutti gli offshore partecipanti. Un rombo assordante muove l’aria, attutito solo dal casco, calzato a dovere sulle nostre teste. Fuori della diga l’Oceano ci mostra tutta la sua forza quasi avesse deciso di lanciare una sfida nel vedersi solcare da scafi tanto veloci e potenti. Già a lento moto è difficile governare l’imbarcazione, schiaffeggiata dall’irruenza delle onde ma i motori sembrano soffrire il basso regime e sono pronti ad esplodere tutta la loro potenza. Inizia il roll-out ... barche allineate ... pronti ....

Via !!!   Maurizio dà tutta manetta, mentre io, con il volante stretto tra le mani, cerco di tenere in assetto il gommone che salta paurosamente su ogni onda. Colonne di schiuma bianca davanti a noi: è l’effetto delle eliche di superficie degli scafi che ci sopravanzano. Ognuno cerca acqua ‘pulita’ (così si dice in gergo) per conquistare le posizioni di testa, ma dopo alcuni attimi si è già a 45 nodi su questo mare così agitato e le barche sono ancora affiancate, separate da pochi ‘pericolosissimi’ metri. Una bolgia. Riesco a sentire le pulsazioni del cuore che batte a mille. Gridiamo nell’interfono che collega i due caschi e che ci permette di comunicare per farci coraggio a vicenda. I colpi di mare sono spaventosi, i nostri corpi subiscono sollecitazioni tremende. Fatichiamo a tenerci. Il pericolo è quello di essere sbalzati fuoribordo. Abbiamo l’elicottero sopra la testa. Ci seguono volando a pelo d’acqua, a pochi metri di altezza. Con la coda dell’occhio scorgo un video-operatore letteralmente appeso nel vuoto, con la telecamera in spalla. Ci riprendono. Combattiamo contro il mare più che contro gli avversari. 40 minuti a ritmo forsennato ma sembrano molti di più. A bordo abbiamo problemi: il tubolare di poppa, a dritta, si stà afflosciando, snervato dalle frustate dei marosi affrontati a tutta velocità. Non ci perdiamo d’animo. Fasi concitate. Ci fermiamo sballottati dal mare e Maurizio salta a poppa cercando di ripristinare il danno. Proseguiamo, ma siamo sempre più stanchi fisicamente. Sento dolori ovunque: il collo, la schiena, le gambe, costantemente sotto sforzo per ammortizzare i salti sulle onde. Scorgiamo una colonna di fumo nero e denso, laggiù, vicino ad una boa di virata. Uno scafo ha preso fuoco. È sulla nostra rotta. Ci avviciniamo per dare soccorso ma l’equipaggio, per fortuna, è già in salvo su un mezzo della “Rescue”. Continuiamo. Il tubolare è sgonfio. Non tiene. L’orgoglio e la tenacia ci inducono a proseguire. Si rompe l’interfono. Non sento più Maurizio. Anche il “cordone ombellicale” che ci teneva uniti si è guastato. Alziamo la visiera del casco. Urliamo per vincere il rumore dei motori e del vento, ma anche la tensione. Si “parla” a gesti. Decidiamo di andare avanti. Anche l’altro tubolare di poppa si affloscia. Non riesce a sostenere da solo l’intero sforzo della coperta. Sappiamo che il nostro maxi-gommone  può navigare comunque, anche se la forza del mare continua a crescere. Un altro giro in condizioni più che menomate. Il motore di destra si spegne ! Si e tagliato un condotto di alimentazione. È la fine. Dobbiamo ritirarci. Ce l’avevamo quasi fatta. Comunichiamo via radio il nostro ritiro alla Giuria di Gara. Ci chiedono se abbiamo bisogno di soccorso. No, rientriamo con i nostri mezzi. L’unico motore rimasto acceso spinge lentamente verso l’imboccatura del porto l’imbarcazione, malconcia e piegata su un lato come un animale ferito. Ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, il mare ci ha fatto capire chi è il più forte.

A terra tocchiamo con mano lo stress a cui sono stati sottosposti anche gli altri coraggiosi piloti: volti tesi, stanchi, sudati, ma, per i primi, c’è la voglia di salire sul podio ad assaporare la gioia di una meritata ‘doccia’ di Champagne.

I danni sulle barche non si contano. I meccanici sono già all’opera. Lavoreranno tutta la notte. Coraggio ! Domani si riparte per la seconda manche.

 

A.B.

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